Lorem Ipsum dolor sit amet Buona Poesia
Rivista indipendente #4
di poesie scelte da Daniele Timpano e Nicola Castellini
Autunno 2025
Un nuovo autunno, nel primo quarto di secolo del nuovo millennio. Siamo sempre più lontani dalla mente e i suoi derivati, privilegiando il cuore: i sentimenti. Il potente battito pulsante di vita ci permette di vivere la città con uno sguardo rinnovato e apprezzarne la sua unicità, abbinando i cattivi pensieri alle foglie cadenti che spazzini dell'anima ricicleranno in concime nutriente. Ecco quindi che veniamo a presentare un nuovo filotto poetico, frutto di selezione accurata, per camminare sospesi verso un'ascensione verticale dove apprezzare il panorama dall'alto per diventar prossimi al cosmo. Lì saluteremo con gioia tutti i poeti e le poetesse del nostro urbe che ci han lasciato, e danzeremo insieme nei loro sorrisi. In alto i calici! Brindiamo alla poesia eterna e lieta che pacifica e lenisce, inviando un pensiero amoroso a chi è meno fortunato, a chi soffre e patisce in silenzio e urlando, ai popoli oppressi, la nostra piena solidarietà. E' tempo di cambiare.
Potrei raccontarvi delle cose su Giovanna Labbromorto
Del periodo in cui si è stati insieme, il '58
Quando ci si amava fin dentro le ossa
E la pasta ai ceci e il minestrone
Le lunghe passeggiate all'immondezzaio comunale
A cercare abiti colorati da indossare
O le poesie scritte con il rossetto sui tram
O quel brutto figlio che abbiamo bruciato dentro la stufa
Prima che partissi per il militare
Giovanna Labbromorto era un po' brutta, ma a me piaceva
Perché scopriva tutto l'amore dalle giornate
E inventava grandi uomini stupendi
Che regalava alle amiche, ridendo
E poi andava con qualche camionista
Con il sacchetto di mele e
La schiena bianca piena di cicatrici
Non serviva, non ha importanza
Era bello perché dopo era gonfia di idee
E continuava il gioco del nostro amore malato
Giovanna Labbromorto usciva solo
Quando c'era la luna piena
Quando la gente cade in ginocchio
E scoppiano in silenzio i limoni
E allora si parlava
Su una vita da vivere finalmente tutta intera
Si parlava su tutti i furti compiuti
Nei supermercati, per i dolci buoni
E la bellissima auto rubata al direttore del liceo
Quel sabato che voleva andare in campagna
E invece ci andammo noi
Con la voglia d'amore fino a sanguinare
E le bottiglie del suo buon vino
Giovanna Labbromorto un giorno rimase senz'acqua
Senz'acqua negli occhi, senz'acqua nei reni
Senz'acqua lungo tutta la carne
Lo si vedeva benissimo quel corpo senza sugo:
Il seno accennato e appena un po' di fianchi
Il maglioncino logoro e la pelle trasparente
Finita, finita dentro una camera ammobiliata
Più brutta del solito, così sporcata di lacrime
E gli occhi sfondati dal buio
E così Giovanna Labbromorto finì
Lasciando un fracasso di stelle
Dentro un corpo, un metro e settanta
Su un letto sudato
E una lunga fila di camionisti
E direttori di liceo vennero a vedere
A toccare le dita così finte
A cercare diamanti dentro quel fango
Tutti molto tristi
Ma io, stando un po' male e spaventato
Da quell'amore così immobile
La vestii bene di bianco
E bruciai tutto dentro la stufa
Emilio Locurcio, Giovanna Labbromorto, 1977
Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.
*
Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.
Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio, 1969
Nuda nel sole
Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira.
*
Da Assisi
Sul colle una sta,
sola,
dinanzi a questo, nodo silente del mondo.
Vento scende verde d’argento.
Ode respiro d’assenti acque.
Cantici cari dissennati ascolta,
di sorrisi sorgivi, di baci ariosi,
volatili delizie,
e le tiene, quasi creature in grappolo,
sola ne lo svariar de le luci,
fra le braccia o tra l’ali,
rondine e sorella,
che nulla si sperda di nessuna primavera.
Sibilla Aleramo, Momenti, 1921
In un momento
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P.S. E così dimenticammo le rose.
(per Sibilla Aleramo)
*
O poesia poesia poesia
O poesia poesia poesia
Sorgi, sorgi, sorgi
Su dalla febbre elettrica del selciato notturno.
Sfrenati dalle elastiche silhouttes equivoche
Guizza nello scatto e nell'urlo improvviso
Sopra l'anonima fucileria monotona
Delle voci instancabili come i flutti
Stride la troia perversa al quadrivio
Poiché l'elegantone le rubò il cagnolino
Saltella una cocotte cavalletta
Da un marciapiede a un altro tutta verde
E scortica le mie midolla il raschio ferrigno del tram
Silenzio - un gesto fulmineo
Ha generato una pioggia di stelle
Da un fianco che piega e rovina sotto il colpo prestigioso
In un mantello di sangue vellutato occhieggiante
Silenzio ancora. Commenta secco
E sordo un revolver che annuncia
E chiude un altro destino
Dino Campana, Inediti, 1942
C'è un vetro in questa stanza, una finestra
di vetro opaco e resistente. Il sole
traccia sul vetro l'ombra di una pianta
e il rapido percorso di una mosca
in cicliche figure ricorrenti;
un cane dà la caccia a una gallina.
E dietro il vetro azzurro e verde, io.
Alla mia destra un muro di mattoni,
stipiti, soglia e il vano di una porta
aperta sul giardino e il cielo intenso
solcato di eucalipti, pini, ailanti,
giovani querce, aerei,
voci di uccelli e piante di lillà, il mio fiore diletto
se più che gli altri ti somiglia.
Il sole muove le ore,
la crescita fomenta delle piante,
trascina le ombre, origina tramonti
e dà corso alla notte.
E a mezzogiorno allaga i prati gialli.
Volgo lo sguardo verso la città,
il gesto involontario degli assenti.
Un uomo falcia l'erba del giardino;
romba un motore, tubano colombe,
ruote, invisibili i bambini, cani,
e il falciatore; ti amo
come lente nuvole nel cielo tranquillamente superiori.
J. Rodolfo Wilcock, Pastorale, da "Epitalamio", in Luoghi comuni, 1961
quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata di morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
con la gola serrata dalla morte
Luigi Di Ruscio, da Enunciati, 1993
Ci sono sere in cui non sembra possibile
che di giorno sia passata la grandine,
il tuono di una guerra e grida di odio
appena là dietro al bricco.
Ci sono sere in cui accade che arrivi un fresco improvviso dopo l'arsura inaspettato marziano
venuto a tirar tardi e a portarti una voglia.
In quelle sere sei più solo e più piccolo
sotto la luna
e il teatro è una semplice storia
che ti accompagna al fianco, curiosa, inquieta
chissà se ti parla.
Teatro e colline di sera,
non spettacoli ma domande, bicchieri di attesa,
non risposte ma segnali e contatti in silenzio.
Ecco lassù al parco e in piazzetta
ci sono extraterrestri venuti apposta
e l'estate è uno sguardo benevolo.
Nell'infinità dei mondi probabili,
tra gli incendi, le corride, le fatiche,
ci sono sere in cui non sembra possibile.
Luciano Nattino, 1993
Sette minuti
quante cose da fare
domani devo ricordarmi di ricordare
tutte quelle storie aperte
troppe le giornate corte
tante le salite irte.
Sei minuti
la vita si fa breve
ogni momento vale
quella donna è il mio amore
quello è mio figlio
la sua musica mi assale
tutte le sue note sono i sentimenti
che voglio celebrare
li voglio onorare
Cinque minuti
cinque giri di orologio
cosa avrei dovuto
cosa avrei voluto
cosa ho tralasciato?
Quante e quante volte mi sono ritirato,
quante le vittorie che ho evitato.
Quattro minuti,
si direbbe il tempo incalza,
cosa ho fatto di me?
Forse sono eterno,
forse è solo inverno,
il mio fiume è l'Arno,
scorre come questa vita.
Tre minuti,
un battito di ciglia,
tutte le cose belle,
quelle intese di cuore,
i cieli del mattino
mi hanno dato lo squarcio
che avvicino ora in eterno.
Due minuti
è il tempo di provare ad essere attento,
si fanno vaghi i contorni,
stanno sfumando i sensi,
il superfluo svanisce.
Un minuto,
questo corpo va lasciato,
non ci abito comodo,
ho voglia di uscire,
di lasciarmi andare finalmente
alla natura dell'anima,
leggera, non costretto
nella mia direzione.
Vedo una coppia di amanti che mi attrae:
mi crederanno un bambino,
sono sospeso tra,
sono sospeso,
sono sospeso!
Mi appoggio nel vuoto
sostenuto dal niente
che appare non essere,
oppure no che cosa dico
questo presente è vivo,
è è
io sono,
io sono.
Ho lasciato il corpo,
ci sono
Claudio Rocchi, Les dernieres sept minutes de mon pere, 2013
Allegria
Ci sono momenti di allegria / qualcuno canta una vecchia canzone / ma sottovoce, per non disturbare / l’andamento tranquillo del vento / la quieta superficie del mare / gli sguardi sono fermi, guardano appena, / qualcuno, in silenzio, spera / Mai più sarà tutto così asciutto e calmo com’è.
Walter Cremonte, Respingimenti, 2011
Improvviso d’amore
Losanghe di cieli, cieli di gesso,
vecchio terrore che indosso ogni giorno;
muraglie da cui sempre mi ritorna
questa mia strenua voce d’ossesso;
e libri, voi, paradisi dipinti,
reticolati d’assurdo quaderno,
trionfo e sbarre di carcere eterno,
fughe immobili e nero labirinto:
oh mescetevi, carte, firmamenti,
memorie, fate rissa entro di me,
e inventatevi un nome, un altro viso.
Ora che lei m’ha parlato alla mente,
lei nel suo scialle di sposa di re,
con gli stupori e i corrucci e le risa…
Svolta
Venga l’autunno a dirci che siamo vivi,
seduti sull’argine rosso
a guardare l’acqua che se ne va.
E tornino le pezze di turchino ai cancelli,
i casti numi di gesso, le rose sdrucite,
le vesti liete dei fidanzati,
tutto rinnovi il tempo il suo mite apparecchio.
Poiché, mentre l’aria rapisce
nel suo sonno le foglie del sangue,
e così piano mi tenta
quest’esule sole la fronte
è bello qui fermarsi per dirti addio,
mia giovinezza, mia giovinezza.
Paese
Nel guscio dei tuoi occhi
sverna una stella dura, una gemma eterna.
Ma la tua voce è un mare che si calma
a una foce di antiche conchiglie,
dove s’infiorano mani e la palma
nel cielo si meraviglia.
Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
T’amo come un paese.
Gesualdo Bufalino, tre poesie da L’amaro miele, 1982
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.
Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
Wislawa Szymborska, Amore a prima vista, 1993
Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.
Rainer Maria Rilke, A Lou Andreas Salomé, 1911
Certo, così un amico ama l'amico
come io amo te, vita misteriosa,
sia che in Te io abbia esultato, pianto
sia che Tu mi abbia dato felicità, o dolore.
Io t’ amo con tutte le tue afflizioni:
e se tu mi devi sopraffare,
mi strapperò dal tuo braccio
come ci si strappa dal petto di un amico.
Con tutte le mie forze ti stringo a me!
Lascia che le tue fiamme mi assalgano,
lascia che nelle vampe della lotta io
possa sondare il baratro del tuo mistero.
Essere, pensare per millenni!
Prendimi fra le tue braccia:
non hai più altra felicità da darmi-
bene- hai ancora la Tua pena.
Buona Poesia è un progetto editoriale a cura di Nicola Castellini
Fotografie b/n di Astolfo Lupia
Per contatti: nicocast1972@gmail.com o WhatsApp: +39 3289243782
LICENZA CREATIVE COMMONS:
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